La scorsa settimana sono stata al mare con le mie figlie. Siamo andate in un campeggio e per l'occasione abbiamo comprato una tenda nuova, un po' più spaziosa della precedente, con l'idea utopica di poter mangiare nella veranda e risparmiarci il caldo della spiaggia di mezzogiorno.
Abbiamo individuato la piazzola (che poi si è rivelata in una posizione terribile, perchè la mattina alle otto dal caldo era impossibile continuare a dormire) e abbiamo aperto la borsa che conteneva la tenda nuova. Non c'erano istruzioni; ovvero, nell'unico foglietto che abbiamo rinvenuto tra picchetti e teli, era scritto, in tutte le lingue tranne che in italiano, di porre attenzione a come la tenda era piegata e riposta all'interno della borsa, per poterla piegare e riporre nel modo corretto dopo averla usata. Di consigli su come si dovesse fare per tirarla su nessuna traccia. Con Grigetta, la figlia adolescente, ci siamo appigliate al ricordo del montaggio della tenda vecchia. Quindi picchetti, poi aste a tirare su l'igloo interno. A dire il vero ci sembrava strano dover passare le aste all'interno di elastici disposti lungo le diagonali dell'igloo, ma l'abbiamo fatto. Poi, una volta che l'igloo stava in piedi abbiamo messo sopra il telo esterno, ma ci siamo accorte che così facendo qualcosa non tornava perchè non c'era modo di tenere in tensione l'esterno con i soli picchetti. Allora abbiamo smontato tutto e abbiamo fissato il telo esterno con l'igloo interno tramite elastici e asole e poi abbiamo tirato tutto su con le aste che dovevano attraversare appositi passanti sul telo esterno. Tutto questo all'una del pomeriggio, con Biondina, la figlia bambina, che ci girava intorno saltellando e ballettando, senza smettere un attimo di parlare e di confonderci. Dopo un viaggio di due ore sotto il sole, dentro una Uno senza climatizzatore. Forse con qualsiasi altro compagno di montaggio mi sarei innervosita: tira di qua, tendi bene, no non va così, va nell'altro modo, stai sbagliando, te lo dicevo io che non poteva essere così. Invece tra me e Grigetta c'è stata intesa perfetta. Bastava uno sguardo e subito l'altra capiva. Non credo che durante tutta l'operazione ci sia stato un solo momento in cui abbiamo dovuto coordinarci a parole rispetto alle azioni da compiere. Ho avuto la sensazione di fare qualcosa con una persona le cui cellule nervose rispondevano agli stimoli nello stesso modo e con gli stessi tempi delle mie. Stesse percezioni, stessi percorsi mentali e stesse reazioni. Come se nel nostro cervello ci fossero le stesse strade, con gli stessi limiti di velocitá. E´stato bellissimo.
mercoledì 27 luglio 2011
mercoledì 6 luglio 2011
Cabine
Mi si è rotto il cellulare. Ne ho trovato uno vecchio, ma non sono riuscita a recuperare la rubrica. In questo isolamento telefonico, mi sono tornate in mente le vecchie cabine. Quando ero una ragazzina non avevo il telefono a casa e le cabine erano per me un po' come varchi verso luoghi lontani, la mia unica possibilità di essere altrove senza muovermi dal mio paese. Ricordo le telefonate ai fidanzati sotto il sole estivo, il sudore, le palpitazioni, le aspettative. A volte preparavo il discorso in camera per ottimizzare la comunicazione, per fare stare i concetti e i sentimenti nel minor numero di parole possibile. Il risultato era che le emozioni saturavano quel parallelepipedo trasparente di pochi metri cubi, tanto che forse le potevano respirare anche gli utenti successivi. Ricordo il rito di inforcare la bici e pedalare fino alla cabina vicino al cimitero del paese, le tasche piene di gettoni e, qualche anno dopo, di spiccioli per la telefonata. Di solito non parlavo alla cornetta stando in piedi, ma mi sedevo sugli elenchi telefonici che erano appesi a una struttura in metallo vicino all'apparecchio. Quando era troppo caldo facevo equilibrismi per tenere contemporaneamente le porte aperte e la concentrazione. La concentrazione, ecco cosa permetteva la cabina. Permetteva di telefonare telefonando. Si entrava nella cabina quando era il momento giusto per farlo, quando la motivazione a telefonare era matura. A volte arrivata lì davanti sentivo di dover tornare indietro e così facevo. Ripassavo dopo qualche ora o il giorno dopo. Perchè non si potevano passare giornate intere dentro la cabina a snocciolare una moneta dietro l'altra per parlare senza parsimonia. A volte accadeva che si creasse una piccola fila di persone che aspettavano di telefonare. Di solito si attendeva un po' distanti, per non sentire discorsi imbarazzanti, per non impicciarsi degli affari degli altri. Dopo che gli apparecchi telefonici ci hanno colonizzato, la concentrazione, la parsimonia e l'intimità non sono più concetti legati alla telefonata. Si telefona facendo tutt'altro, anche se c'è poco da dire, anche in un treno affollato. Magari ci sono lati positivi in questo, ma è andata perduta la magia di entrare in una scatola e da quella piccola solitudine percorrere con la voce chilometri e chilometri lungo un filo per incontrare un amico. A me piaceva.
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