venerdì 29 giugno 2012

Quando il Pinguino era un gelato


Qualche giorno fa il mio amico di viaggi mi ha scritto su skype dall'ufficio: "Qua Mimmo e Sergio sono andati a prendere un Pinguino". Ho subito capito che il Pinguino in questione era un condizionatore, ma mi è venuto in mente il tempo in cui se dicevi "vado a prendermi un Pinguino", stavi andando a comprare un gelato. Io non amavo il Pinguino perché se era molto caldo bisognava mangiarlo in fretta altrimenti si squagliava subito e il cioccolato scivolava rovinosamente sul fiordilatte per poi cadere a terra se andava bene o sui piedi se andava male. Nonostante questo era uno dei gelati che i miei genitori mi compravano più spesso perché costava poco e non c'erano di sicuro coloranti pericolosi. Erano fissati con i coloranti i miei genitori. Nel bar sotto casa vendevano anche il gelato sciolto e io non potevo mai scegliere la fragola e il pistacchio perché la mamma diceva che erano troppo colorati; aveva senz'altro ragione, ma ricordo ancora con tristezza il mio cono sbiadito al limone. Qualche anno più tardi, quando ho iniziato a comprarmi il gelato da sola, ho scoperto il Piedone. Rosa fosforescente-pallido, al remoto aroma di fragola industriale. C'erano diversi modi per mangiarlo: si potevano far fuori prima le dita oppure lo si poteva consumare in modo uniforme riducendo leccata dopo leccata la taglia del piede, facendo attenzione a non staccare l'alluce fino alla fine. Quando hanno iniziato a tuffare una parte del Piedone nel cioccolato, ho smesso di comprarlo, ma mi è rimasto nel cuore, tanto che qualche anno fa ho acquistato un vecchio comodino di quelli delle nonne, con il piano di marmo, l'ho scartato con cura e l'ho dipinto rosa-Piedone. 
Nel corso dell'adolescenza ho sperimentato altre fissazioni: il biscotto, la coppa del nonno, la coppa oro, il granulato all'amarena. Ricordo che un'estate, abbindolata da una pubblicità accattivante, compravo spesso il cornetto Algida, perché evocava a ogni morso incontri romantici. Funzionò davvero: stavo mangiando un cornetto quando Riccardo mi regalò un cuoricino di legno con incise le nostre iniziali durante una gita scolastica sul Lago Trasimeno. 
Verso l'inizio degli anni ottanta, con il Calippo, ci fu la rivoluzione del ghiacciolo. Io e le mie amiche lo mangiavamo in luoghi appartati per evitare le battute dei ragazzi in piena tempesta ormonale. Era molto di moda, ma non mi faceva impazzire, perché, non riuscendo a finirlo in tempi ragionevoli, diventava sempre limonata. 
A un gelato industriale è legata una delle più terribili nausee della mia vita (l’altra a una combinazione di Martini Bianco e mirto appena usciti caldi caldi dalla tenda del campeggio). Mi viene ancora il voltastomaco se penso alla versione-gelato del Mars, farcita di crema mou e ricoperta di uno strato spesso di cioccolato al latte gocciolante per la condensa. 
Non so se ho smesso di seguire l’evoluzione del mercato del gelato quando nel mio paese hanno aperto la prima gelateria artigianale o quando ho deciso che era meglio mangiare pochi dolci.  Adesso compro ogni tanto il Cucciolone di ritorno da Firenze, al bar della stazione. Mi rammarico inevitabilmente che il biscotto sia umidiccio, perché questo fa sì che il fumetto stampato sopra resti inevitabilmente appiccicato alla carta del pacchetto. Do i primi morsi, poi mangio tutto il biscotto sopra, quindi il gelato dentro e infine il biscotto sotto; di solito dura il tempo di arrivare al parcheggio a prendere la macchina.   

sabato 23 giugno 2012

Amplifon e fantasia

Ultimamente mi pare di avere dei problemi di udito. Mi stupisco delle stranezze che sento dire, ma poi realizzo che sono io a capire fischi per fiaschi. Ho quindi preso appuntamento per una visita audiologica gratuita nella farmacia del mio paese. Mi sono presentata ieri alle 4 in tenuta da casa. Ero la prima, dopo di me alcuni signori anziani. Mi hanno fatto accomodare in uno stanzino di un metro per due pieno di scatole e altre robe. Il tecnico Amplifon era assistito da una signora magra magra (meno male sennò in tre non ci stavano nello sgabuzzino); mi ha fatto sedere e poi ha chiesto perchè ero lì etc etc. Ha guardato dentro le mie orecchie con la lucetta e ha detto che erano pulite, quindi mi ha fatto indossare delle grosse cuffie collegate a un computer e ha iniziato a farmi sentire dei suoni. Dovevo dire se e dove li sentivo. La prova è durata un minuto e il verdetto è stato: tutto a posto. Come tutto a posto? e allora perchè quando Iris dal bagno mi grida: "Mamma, la carta!" io capisco "Faccio la cacca!", anche dopo che ha ripetuto la richiesta di aiuto tre o quattro volte? Io penso che da un po' il mio cervello si sia stufato di usare i soliti collegamenti e che faccia circolare le parole e le frasi che gli giungono dalle orecchie lungo percorsi insoliti dove i suoni si mescolano e si rinnovano. Vista così la cosa non mi dispiace affatto.

giovedì 14 giugno 2012

Poesia e alta tensione

Da piccola, quando viaggiavo in auto con i miei genitori per andare o tornare dal mare, usavo degli espedienti per passare il tempo e ingannare la nausea che stava in agguato dietro ogni curva. Contavo i cavalli, le mucche e le pecore che vedevo nei campi delle campagne maremmane, aspettavo di vedere le torri di Siena, di passare per le risaie, di attraversare il ponte del vento e la galleria. Ma il mio gioco preferito era farmi lunghi viaggi di fantasia inseguendo con lo sguardo la linea dell'alta tensione. Per una come me che stava crescendo a pane e Goldrake, i piloni degli elettrodotti, specialmente quelli con le due corna laterali, erano degli enormi robot ora vicini ora lontani, che cavalcavano i campi di grano e di girasoli e spuntavano da dietro le colline. Un'invasione più o meno pacifica di mostri meccanici provenienti da un pianeta alieno, minacciosi ma così lenti negli spostamenti da non costituire pericolo se si era seduti su un'Alfasud rossa fiammante che sfrecciava (si fa per dire) lungo la superstrada.
Se in un futuro lontano e migliore si potrà fare a meno dell'elettricità, spero che qualcuno si batterà per la conservazione di qualche Mazinga in giro per le campagne, perchè la poesia a volte fa il nido anche sui piloni dell'alta tensione.