venerdì 26 agosto 2011

La faccenda del bicho (estratto, in ogni senso)

Di ritorno dal Brasile mi sono portata a casa un bicho de pie. Non ho messo il bicho de pie in valigia, ma me lo sono portato in Italia conficcato poco sotto l'unghia dell'alluce destro. Durante le nostre lunghe e piacevoli passeggiate sulla spiaggia di Porto de Sauipe, avevo sentito un certo fastidio a quel dito, ma pensavo che fosse a causa di un calcio maldestro dato per sbaglio ad una bottiglia abbandonata sulla riva. Qualche giorno dopo il mio ritorno ho però notato che sulla punta del dito si era formata una specie di vescichetta con un punto nero nel mezzo. Certa che fosse una spina, ho disinfettato un ago e ho cercato di toglierla. Ne sono usciti filamenti bianchi e minuscoli ovetti. Oddio, mi sono detta, questo è un animale! Ero spaventata e schifata all'idea di ospitare sul piede una bestia tropicale. Ho subito chiamato il mio compagno di viaggi, rimasto in Brasile a godere di succhi di frutta e oceano, per sapere se gli abitanti del posto avevano un nome per quella specie di zecca e se esisteva un modo per toglierla. E' così che ho scoperto che il bicho de pie è un parassita molto diffuso, non è pericoloso ma è meglio toglierlo per evitare noiose infezioni. Mi sono molto impegnata quella sera nella rimozione del bicho, ma senza successo. La notte ho dormito poco: meglio andare al pronto soccorso e rischiare iniezioni e controiniezioni (se non la rimozione chirurgica dell'alluce) o estirpare il bicho da sola e rischiare di fare un troiaio? In fondo la bestiola era ben radicata, ma anche piuttosto piccola, così ho deciso per la seconda alternativa e la mattina, con pazienza e molto coraggio, ho affrontato l'alluce infestato. Sono uscite ancora uova, ma non sono svenuta. Poi finalmente ho staccato il punto nero. Con un'unica grossa goccia di sangue tutto è finito. Mi sono documentata su internet riguardo al bicho e mi sembra di aver capito che è andata così. Una femmina di bicho è saltata sul mio piede durante una passeggiata sulla spiaggia. Lunga 6 micron, quindi invisibile, ha conficcato la sua testolina nel mio alluce, lasciando fuori l'ano e gli organi genitali. Quindi è rimasta lì succhiando il mio sangue finchè un bicho maschio di passaggio ha risposto al richiamo piuttosto esplicito e ha approfittato della situazione. Probabilmente è morto subito dopo, lasciando la fidanzata sul mio dito, incinta di qualche centinaio di minuscole uova a forma di TicTac. Lei ha attraversato con me l'oceano Atlantico ed è arrivata fino in Valdarno. Nel frattempo è cresciuta a dismisura, diventando grande mezzo centimetro. E' allora che mi sono accorta che la ospitavo. Se non l'avessi estirpata prematuramente, sarebbe morta di morte naturale di lì a poco, spargendo la prole sul terreno.

mercoledì 24 agosto 2011

Notti bianche

Chiamare una notte "bianca", è piuttosto innaturale e mi fa riflettere su quanta artificialità ci sia dietro queste manifestazioni. Quanto dispendio di energia elettrica per illuminare piazze, negozi e strade fino a tarda notte. Invece di opporsi al ritmo naturale di luce e buio, dovremmmo assecondarlo. Mia mamma mi raccontava spesso delle sue serate quando era piccola. Usavano le candele per leggere, lavorare e muoversi da una stanza all'altra. Era normale andare a letto presto. Andare a dormire quando fa notte e svegliarsi quando fa giorno sarebbe una rivoluzione enorme. Mi chiedo quando e come mai il mondo occidentale si è allontanato da questa abitudine. Potremmo iniziare a recuperarla celebrando nelle nostre città delle notti buie, o, magari, festeggiando il sorgere del sole.

sabato 13 agosto 2011

Brasile

Questa volta ho fatto una vacanza molto lontana da casa. Ho conosciuto un popolo differente da quello europeo o nordamericano. Ho mangiato frutta inaspettata, ho visto paesaggi da cartolina e paesi senza una strada asfaltata. Mi piacerebbe raccontare tutto questo, invece sono qua seduta a pensare che per me è un'impresa molto difficile quella di raccontare un viaggio. Sarà che non amo neanche leggere o sentire di itinerari più o meno esotici. Credo che descriverò solo quello che ho portato a casa da queste tre settimane passate sulla costa di Bahia, ma non quello che ho portato a casa in senso lato, bensì quello che ho fisicamente messo nella mia valigia e mi sono portata in Italia. Non è molto elegante compilare una lista, ma mi pare l'unico modo per non dimenticare nulla e non annoiarmi troppo a trovare nessi logici per concatenare una descrizione all'altra.

1) 7 paia di infradito Havaianas. Tra i prodotti tipici di Bahia ci sono le famose infradito che da noi sono vendute a prezzi incomprensibilmente altri, mentre nei supermercati locali costano molto poco. A me piacciono le infradito, quindi ho pensato di portarne a casa un po' da regalare a figlie e nipoti. A Porto de Sauipe, il paese sulla costa Atlantica dove ho passato la maggior parte del tempo, è molto difficile vedere in giro persone che indossino calzature diverse dalle infradito. Io, che oltre a delle ciabatte basse mi ero portata degli zoccoletti con un po' di tacco e delle scarpe rosse fiammanti tacco 12 (e qualcosa) per eventuali uscite chic, mi sono resa conto che la diffusione delle infradito non ha nulla a che fare con tendenze della moda, ma è una vera e propria necessità. Le strade lì sono tutte senza asfalto, di un colore quasi rosso. L'unica zona pavimentata è la piazza del paese, dove sconnessi sanpietrini sono affondati su un terreno sabbioso. Quando piove, e piove spesso perché il clima è tropicale, si formano tante pozzanghere, alcune molto profonde, e il terreno diventa fangoso e appiccicoso. Con le infradito si può fare meno attenzione a dove si mettono i piedi, perché non si inzuppano e non affondano. L'unico inconveniente è che camminando fanno un po' effetto ventosa e sollevano tanti piccoli schizzi che arrivano ad altezza ginocchio. Motivo per cui, oltre alla diffusione delle infradito, è difficile vedere per strada persone in pantaloni o gonna lunghi. 

2) 3 ciondolini da cellulare con mini infradito. Nell'acquisto di questi tre ciondolini mi sono fatta trasportare dalla mia passione congiunta per le scarpe e per gli accessori in miniatura per le bambole. Da piccola impazzivo per gli stivali, le borse, gli occhiali, le radio, le televisioni, i polli arrosto, le torte e le scatole di cibo da usare con le barbie. E' stato difficile resistere all'aeroporto, quando ho visto quelle Havaianas lunghe appena due centimetri, dalla suola iper-realistica che riproduce i tre tappini in plastica che fermano la parte superiore della ciabatta alla parte inferiore. Sono stata dieci minuti a scegliere il colore, credo che il commesso sospettasse un furto.

3) balsamo per capelli. Per evitare di imbarcare il bagaglio in stiva, non ho portato shampoo e balsamo da casa. Una volta a Porto ho comprato ciò che mi serviva. Il balsamo avanzato, particolarmente buono ed economico, l'ho portato con me al ritorno. E' incredibile la cura che le donne bahiane hanno per i loro capelli. Nelle farmacie e nei supermercati, anche quelli più piccoli, ci sono scaffalature enormi tutte riservate a prodotti per lavare, ammorbidire, lisciare, colorare e riparare i capelli. Il nostro amico cileno, Ramon, ci diceva che molte ragazze nere non si arrendono ad avere una testa scura e riccia, perché la televisione propone modelli di bellezza differenti. Ed è incredibile quanto le persone guardino i programmi televisivi. Più di una volta, facendo visita ad amici e conoscenti, ci è stata accesa la televisione come gesto di ospitalità o ci siamo trovati a guardare programmi in brasiliano insieme ai nostri ospiti. Tristi effetti della globabizzazione.

4) conchiglie. La casa che ci ha ospitato è in riva all'oceano e sulla battigia, a pochi metri dall'ingresso al giardino, ci sono tanti preziosi residui marini. Sulle nostre spiagge di solito si trovano conchigliette intere, invece sulla costa di Porto è più facile trovare, mescolati a sassolini di ogni tipo, pezzi levigati di conchiglie. Rotondi, a spirale o a forma di lama. A pallini, a righe, colorati o bianchi. Spesso i pezzi sono forati, pronti a diventare pendagli. E' bello pensare all'oceano che spezza, liscia e sputa frammenti.

5) semi di piña. La piña è uno dei tanti frutti tropicali che non avevo mai visto nè assaggiato prima di questo viaggio. Abbiamo conservato i suoi semi (neri, di dimensione e forma simile a un pinolo) per farne le pedine di un GO! fatto in casa. La frutta è una delle cose che mi hanno colpito di più durante la mia permanenza a Bahia. Il manga è in assoluto il frutto più buono che abbia mai mangiato. Il jenipapo in assoluto il peggiore, con un inspiegabile retrogusto di plastica bruciata. Anche l'odore non è tranquillizzante. Il mio compagno di viaggi non riusciva  a mangiare il giorno che Ramon ha portato in tavola un cesto di frutti strani tra cui anche questo. Il jenipapo, che assomiglia a una sorba un po' cresciuta, viene usato soprattutto per fare un liquore dolce che ricorda il rosolio e che, nonostante la sgradevolezza dell'ingrediente principale, è piuttosto piacevole.
 
6) dolcetto di cocco. Ho portato a casa questo appiccicoso dolcetto di cocco, avvolto in plastica e racchiuso in una scatolina di cartone quadrata con il lato di tre centimetri, perchè mi era rimasto in borsa dopo che il nostro caro amico di Salvador, Fausto, ce l'aveva regalato insieme ad altre chincaglierie Bahiane. Sulla scatolina era rappresentato il faro della Barra (quartiere storico di Salvador). Parlo al passato perchè, arrivata a casa, il dolcetto è passato direttamente dalla borsa alla bocca di mia figlia grande, che lo ha molto apprezzato.  Mi sono pentita di non averne portati un bel po', magari di quelli artigianali che una esile ed elegante signora nera vendeva all'ingresso del parco delle tartarughe a Praia du Forte. 

7) 2 paia di orecchini. Emma, prima che partissi per il Brasile, si è forata le orecchie e mi ha espressamente chiesto di cercarle degli orecchini lunghi. Ne ho comprate due paia in una bancarella per 10 reals, poco meno di 5 euro. Sono fatti di semi vuoti di qualche pianta che non conosco, dipinti di verde e di rosso. Cercavo orecchini tipici ma non etnici. Li ha trovati subito, in mezzo a tanti altri che non rispondevano a questi requisiti, il mio compagno di viaggi, che mi stupisce sempre per il suo sguardo attento e non convenzionale alle cose, anche quando si tratta di comprare orecchini.

8) un libro di Ken Follet. Prima di partire da sola per il lungo viaggio di ritorno da Salvador al Valdarno, ho cercato nella libreria della casa sull'oceano un libro in italiano da leggere durante il volo  per non pensare troppo alla caducità della vita. Ho trovato "il terzo gemello" di Ken Follet. Dalla quarta di copertina ho giudicato che mi potesse piacere e l'ho messo in valigia. Una volta in aereo, dopo un ritardo estenuante di 12 ore, l'ho aperto e con stupore ho visto che da un certo punto in poi i fogli erano percorsi da gallerie polverose. Ogni pagina appariva come la sezione verticale di un piccolo formicaio, o di una tana di lombrico. Evidentemente qualcuno aveva abitato lì dentro, o semplicemente aveva mangiato la carta invecchiata dalla salsedine, che, invisibile e dispettosa, penetra incessantemente dentro la casa per bagnare i bicchieri riposti sulle mensole, fulminare le lampadine, corrodere i muri, scolorire gli oggetti di legno, uccidere ogni tipo di apparecchiatura elettrica e, evidentemente, insaporire i libri.

9) un giornalino a fumetti di Monica. Monica è un personaggio creato da un disegnatore brasiliano. Passano i cartoni di Monica anche sui canali televisivi italiani. Abbiamo comprato questo giornalino pochi giorni dopo il nostro arrivo, in un'edicola sul lungo mare nella zona universitaria di Salvador, durante una lunga passeggiata. Abbiamo rivisto e riconosciuto quella stessa edicola passando con l'autobus durante il ritorno verso Salvador alla fine della mia vacanza. Visto che il viaggio sul bus sembrava non finire mai, vedendo l'edicola ci siamo sentiti quasi a casa e abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Ricordare quella passeggiata mi emoziona, forse perché era l'inizio della vacanza e ancora la mia anima ritardataria era in viaggio, rimasta indietro come sempre. Ogni piccola cosa che mi facesse sentire un pochino a casa, anche un giornalino di Monica, era preziosa per superare quel momento delicato.

10) svariati nastrini variopinti. Nei negozi e nelle bancarelle di souvenir bahiani si possono comprare nastrini di cotone di tanti colori con la scritta: "Lembranca do Senhor do Bonfim da Bahia". Noi non li abbiamo comprati perché erano tra le chincaglierie che ci ha regalato Fausto. Prima della nostra visita al Pelourinho, il centro storico di Salvador, ce ne ha legato al polso uno ciascuno, per evitare che per strada i venditori ci tormentassero. Credo che non sarebbe stato necessario, ma mi è piaciuto quando Fausto ci ha fatto indossare il bracciale. Ha fatto tre nodi e per ogni nodo ci ha fatto esprimere un desiderio. Come mio solito sono stata sul vago, così è più facile che questo Senhor (o chi per lui) mi esaudisca.

11) 3 portachiavi con bambolina. Anche questi portachiavi fanno parte delle chincaglierie  di Fausto. Non ho ben capito se le bamboline in questione, vestite con un abito lungo e un fazzoletto in testa, rappresentano le divinità del Candomblè o semplici donne in costume tipico, come quelle che per strada friggono in olio di dendè le polpette di farina di fagioli (akarajè). Molto più buone se non si farciscono con i gamberetti essiccati, queste polpette.

12) una lunga collana di conchigliette. Me l'ha regalata il mio compagno di viaggi. Sapeva che mi piaceva ed è sgattaiolato fuori dal negozio dove stavo guardando le infradito per andarla a comprare e farmi la sorpresa. Ne avevo una molto simile quando ero piccola, comprata al mare, forse a Follonica. O forse la portava mia mamma e io avrei voluto averne una uguale. Non ricordo esattamente.

13) un portagioie di stoffa. L'ho comprato come regalo per mia cugina in un negozio di artigianato nel centro storico di Salvador. Ero indecisa tra questo portagioie e una bambolina di stoffa, nera con le gambe lunghe, i capelli di lana e gli occhi dipinti. Queste stesse bamboline si trovano in tutti i negozi di souvenir, ma di solito hanno dei terribili occhi di plastica, come quelli dei peluche che si vincono con 5 punti al tirassegno durante le feste del Perdono. 
 
14) 3 bambole tipo Barbie. Mi sono innamorata di queste bambole durante un estenuante giro a Shopping Barra, un grande centro commerciale a tre piani nel quartiere Barra di Salvador. Eravamo arrivati da poco in Brasile e cercavamo di soddisfare bisogni occidentali piuttosto lontani dalle necessità primarie del genere umano. Eravamo infatti alla ricerca di un ufficio di cambio, un internet point e un centro TIM. Le bambole erano vicino alla vetrina di un negozio di giocattoli. Non ho potuto fare a meno di entrare. Sono bambole molto simili alle vecchie Skipper (le sorelline di Barbie, per intendersi), ma hanno il viso molto più realistico. Io e il mio compagnio di viaggi le abbiamo guardate una ad una per scegliere quelle, come direbbe lui, "più fiche".  Alla fine ho portato a casa una rossina con le lentiggini, una neretta con dei bei capelli crespi (che a parte il colore della pelle è estremamente somigliante alla mia nipote alta) e una biondina con gli occhi marroni.

15) una zanzariera. Il mio compagno di viaggi ha da tempo una bella zanzariera tesa sopra il suo letto a casa qua in Valdarno. Quando ci sono le zanzare è comodo dormirci sotto, anche se blocca un po' la circolazione dell'aria. A casa mia non ci sono tante zanzare, ma ne ho comprata una al mercato di Conde, un sabato mattina. Questo mercato è molto grande e vendono di tutto. Mi hanno colpito soprattutto i granchi di fango, neri, scivolosi e vivi, legati insieme a mazzi come qua in Toscana si fa con gli agli, e l'odore di carne, molto diverso da quello che siamo abituati a sentire nelle nostre macellerie. Un odore più forte, più vicino alla morte e alla putrefazione che al roast beef o alla bistecca alla fiorentina. Per fortuna, nella zona dei banchini che vendevano frutta e verdura, i nostri occhi da onnivori un po' ipocriti si sono potuti riposare su caschi di banane e rigogliose insalate verdi disposte a raggiera in grandi cesti di vimini. Abbiamo mangiato due pannocchie di granturco cotte alla brace e abbiamo comprato qualche mango troppo acerbo. Se la nostra spesa fosse stata più grossa forse avremmo chiesto ai ragazzini con la carriola di portarci per pochi spiccioli le cose acquistate fino alla fermata dell'autobus. La nostra parsimonia ci ha tolto dall'impiccio di decidere se sia o meno giusto pagare un bambino di nove anni per farsi portare le borse.

16) un bicho de pie. Per essere esatti, non ho messo il bicho de pie in valigia, ma me lo sono portato in Italia conficcato poco sotto l'unghia dell'alluce destro. Durante le nostre lunghe e piacevoli passeggiate sulla spiaggia di Porto de Sauipe, avevo sentito un certo fastidio a quel dito, ma pensavo che fosse a causa di un calcio maldestro dato per sbaglio ad una bottiglia abbandonata sulla riva. Qualche giorno dopo il mio ritorno ho però notato che sulla punta del dito si era formata una specie di vescichetta con un punto nero nel mezzo. Certa che fosse una spina, ho disinfettato un ago e ho cercato di toglierla. Ne sono usciti filamenti bianchi e minuscoli ovetti. Oddio, mi sono detta, questo è un animale! Ero spaventata e schifata all'idea di ospitare sul piede una bestia tropicale. Ho subito chiamato il mio compagno di viaggi, rimasto in Brasile a godere di succhi di frutta e oceano, per sapere se gli abitanti del posto avevano un nome per quella specie di zecca e se esisteva un modo per toglierla. E' così che ho scoperto che il bicho de pie è un parassita molto diffuso, non è pericoloso ma è meglio toglierlo per evitare noiose infezioni. Mi sono molto impegnata quella sera nella rimozione del bicho, ma senza successo. La notte ho dormito poco: meglio andare al pronto soccorso e rischiare iniezioni e controiniezioni (se non la rimozione chirurgica dell'alluce) o estirpare il bicho da sola e rischiare di fare un troiaio? In fondo la bestiola era ben radicata, ma anche piuttosto piccola, così ho deciso per la seconda alternativa e la mattina, con pazienza e molto coraggio, ho affrontato l'alluce infestato. Sono uscite ancora uova, ma non sono svenuta. Poi finalmente ho staccato il punto nero. Con un'unica grossa goccia di sangue tutto è finito. Mi sono documentata su internet riguardo al bicho e mi sembra di aver capito che è andata così. Una femmina di bicho è saltata sul mio piede durante una passeggiata sulla spiaggia. Lunga 6 micron, quindi invisibile, ha conficcato la sua testolina nel mio alluce, lasciando fuori l'ano e gli organi genitali. Quindi è rimasta lì succhiando il mio sangue finchè un bicho maschio di passaggio ha risposto al richiamo piuttosto esplicito e ha approfittato della situazione. Probabilmente è morto subito dopo, lasciando la fidanzata sul mio dito, incinta di qualche centinaio di minuscole uova a forma di TicTac. Lei ha attraversato con me l'oceano Atlantico ed è arrivata fino in Valdarno. Nel frattempo è cresciuta a dismisura, diventando grande mezzo centimetro. E' allora che mi sono accorta che la ospitavo. Se non l'avessi estirpata prematuramente, sarebbe morta di morte naturale di lì a poco, spargendo la prole sul terreno.