giovedì 27 marzo 2014
Come può uno scoglio arginare il mare: di derive e gabinetti
Sulla porta del bagno delle donne in uno dei tanti edifici del BIT di Torino è appeso un cartello con scritto in spagnolo e in inglese di lasciare il bagno così come vorremmo trovarlo. A parte il fatto che il messaggio sottintende e presume che a tutti i visitatori piacciano i bagni puliti, la richiesta è decisamente bizzarra: se trovo il bagno sporco, devo pulirlo io per lasciarlo così come lo avrei voluto trovare? E se non lo pulisco, devo sentirmi in colpa per aver disatteso l'esortazione sulla porta o per avere un livello di tolleranza ai germi oltre la norma?
Tutti questi ragionamenti hanno finito per occuparmi la testa per diverso tempo, durante i giorni di master al BIT, ma anche dopo essere tornata a casa. Credo che chiunque entri in un bagno, seppur inconsapevolmente e con un contributo talvolta trascurabile, contribuisca a insozzare: lo schizzino sul water, la gocciolina sulla ciambella, il capello sul pavimento. Così, con il passare del tempo, il bagno si allontana sempre più dallo stato di limpidezza iniziale. Penso che un esperto di serie storiche direbbe che il modello statistico migliore per descrivere questo processo è una passeggiata casuale con deriva, una deriva ineluttabile verso incrostazioni, odori e piastriccio.
Insomma, nel bagno del BIT di Torino ci stanno chiedendo di resettare il processo allo stato iniziale senza spugna e senza detersivo. Forse un più semplice, anche se un po’ ipocrita, "lascia il bagno come lo hai trovato" potrebbe essere sufficiente a garantire una progressione abbastanza lenta verso il “cesso sporco dove non si sa come rigirarsi”. In attesa della ditta di pulizie.
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