domenica 27 novembre 2011

Buchi

Mio babbo era contrario ai fori nelle orecchie perchè a suo parere i buchi giusti ce li ha già forniti la natura. Più volte ho tentato un inventario di questi fori naturali, ma, tra incertezze relative all'apparato genito-urinario e dubbi riguardo alla natura delle pupille e dei pori, non sono mai giunta a una enumerazione definitiva. Chissà poi se vanno considerati anche i buchi esistenziali, quelli in cui cadiamo come Alici nel pozzo, e se conta come foro quel punto nei pressi dello stomaco dove si sente il vuoto d'aria andando in altalena (e non solo).

sabato 26 novembre 2011

Trasparenza e galline

Oggi abbiamo fatto una passeggiata lungo le balze e siamo arrivati fino da Adriano, un signore che vive da solo in una bellissima casa sperduta nella campagna. Si direbbe un luogo disabitato se non fosse per le fascine ordinate appoggiate agli alberi e per la catasta di piccoli legnetti disposta con cura sotto le finestre. Lì le galline, coscienti di essere uccelli, dormono sugli alberi. Adriano sembrava aspettarci sulla strada davanti a casa, anche se non sapeva del nostro arrivo. Ci ha invitato ad entrare. Mentre eravamo seduti al caldo nella sua cucina, ci ha rammentato la nostra ultima visita e io ho chiaramente capito che si ricordava anche di me e mi sono stupita. Ho spesso la sensazione che le persone non mi riconoscano, che per qualche ragione la mia presenza venga dimenticata o confusa con altre frequentazioni. A volte non saluto per prima per timore di obbligare gli altri a fingere un ricordo che non hanno. Oggi però non è andata così e, come le galline, mi sono accoccolata sopra un ramo.       

lunedì 14 novembre 2011

soldi e numeri

Ho imparato a fare addizioni e moltiplicazioni prima che a leggere e scrivere e per me è molto più piacevole e semplice immergermi in un libro pieno di formule e ingarbugliamenti logico-matematici piuttosto che in un romanzo. Mi piacciono i numeri e sono affascinata dall'eleganza di certe dimostrazioni e dal significato di certi teoremi di analisi, ricordo dei primi anni di università.
Eppure questa mia passione non mi aiuta affatto quando bisogna dividersi il conto al ristorante o quando si tratta di tutelare i miei interessi economici. Basta che a un numero venga anteposto il segno di euro o di qualunque altra valuta, perchè quel numero diventi per me qualcosa di incomprensibile. Già dalle elementari affrontavo con diffidenza i problemini sulla spesa, il ricavo e il guadagno, e all'università stavo per rinunciare a dare l'esame di matematica finanziaria. Ricordo di aver imparato a memoria senza capirci niente come funzionano ammortamenti e tassi di interesse, per poi dimenticare tutto il giorno dopo.
E adesso quando vado a fare la spesa, mi sale sempre un brividino di panico quando mi chiedono se ho gli spiccioli per fare meglio il resto: non so mai bene quanto devo dare e quanto devo riavere. Mi capita di contare male i centesimi e all'estero preferisco pagare con le banconote e aspettare il resto per non sbagliare, con il risultato che il borsello si riempie di innumerevoli monetine.
Si potrebbe pensare che mi piacciano i numeri ma non i soldi perchè sono un'amante delle astrazioni matematiche, ma questo non è vero perchè nel mio lavoro applico sommatorie, algoritmi e approssimazioni a morti e malati, nella migliore tradizione della statistica medica. Io credo che la mia avversione per i conti monetari derivi dalla scarsa importanza che per me hanno sempre avuto i soldi, nonostante nella mia famiglia non navigassimo nell'oro. Fin da quando ero bambina mia mamma si stupiva del fatto che se avevo soldi li spendevo tutti ma se non li avevo non li chiedevo affatto. Era pericolosissimo mandarmi a fare la spesa perchè non portavo mai il resto, troppa era la gioia di comprare l'utile e l'inutile per poter dire finalmente: ecco, adesso ho finito i soldi. Rammento di una volta che sono scesa dal fruttivendolo per comprare le cipolle ed ho portato a casa anche ananas e pesche sciroppate, più un debito di qualche spicciolo. Anche a Monopoli giocavo a perdere; e mi piaceva un sacco quando non avevo più banconote e uscivo dal gioco.
Credo di poter concludere che per me la moneta è così poco degna di considerazione che ne rigetto inconsciamento l'accostamento al concetto di numero, che mi è invece così simpatico. Come un sarto che vuole scegliere la stoffa con cui cucire l'abito o un cuoco che non vuole usare prodotti surgelati, io non amo contare i soldi. A volte mi diverto ad aprire il salvadanaio con mia figlia e a fare mucchietti di monete, ma quello è più Lego che contabilità.

domenica 13 novembre 2011

Disobbedire, di domenica pomeriggio, con questo sole

Ultimamente mi è capitato di ascoltare e parlare di disobbedienza. Se ci scostiamo dalle circostanze pratiche in cui disobbedire significa non fare ciò che gli altri ci chiedono di fare, la disobbedienza è probabilmente qualcosa di molto profondo. Le costrizioni maggiori, quelle alle quali dovremmo disobbedire, sono spesso subdole. La gabbia dalla quale dovremmo uscire ci è stata costruita addosso magari tanto tempo fa, quando eravamo piccoli, e siamo così abituati a guardare dalle sbarre che neanche le vediamo più. Credo che la cosa più difficile sia capire a cosa dobbiamo disobbedire. Disobbedire significa seguire le nostre emozioni da bestiole rinchiuse in gabbia e in loro nome disobbedire a ciò che sembra ostacolarci o significa disobbedire proprio a quelle emozioni e ragionare da persone libere? Complicato discernere, complicato vedere dove sta il confine, specialmente di domenica pomeriggio, con questo sole.

martedì 8 novembre 2011

Muffa

La mia scrivania al lavoro è sempre piena di bottigliette di plastica vuote o quasi, nonostante i buoni propositi ecologisti di riusare quanto più possibile la stessa. Oggi ne conto quattro. Dentro la più piccola, dove stava un succo preso alla macchinetta del dipartimento, si è formata della muffa grigia: gocce pelose disposte ad anello sul fondo. Ho provato ad aprirla. L'odore non è sgradevole, ricorda leggermente quello del passito.
Bello che tre gocce di succo abbiano generato qualcosa di vivo in poche settimane; forse niente muore veramente. A questo punto non se se buttare la bottiglia.

giovedì 3 novembre 2011

Occhi e fessure

Sono abbastanza miope da non mettere bene a fuoco la faccia di chi si trova a due metri da me, da non leggere i cartelli stradali finchè non ci passo accanto e da non riconoscere chi mi saluta da lontano. Però porto poco gli occhiali; non mi dà ansia vivere in un mondo sfocato. Mi accontento di vedere fin dove posso e se proprio sono curiosa di sapere quanto peso salendo sulla bilancia e mi fa fatica andare a prendere gli occhiali, chiudo ad anello il pollice e l'indice della mano destra così da formare una fessura quanto più piccola possibile. Guardando con un occhio da quella fessura, anche stando in piedi, riesco a vedere dove si piazza l'ago. Ovviamente lo stesso stratagemma può essere usato in situazioni di emergenza, per leggere l'orario dei treni sul cartellone digitale della stazione o per i sottotitoli di un film. Credo che il principio alla base di questa tecnica sia lo stesso utilizzato da quegli strani occhiali bucherellati le cui lenti sembrano occhi di moscone, occhiali che ho conosciuto recentemente perchè il mio compagno di viaggi li usa per correggere la sua miopia. La cosa più emozionante di tutta questa questione è però che, stando ai racconti di mio padre, anche la mia trisavola chiudeva ad anello le dita per spiare i particolari del mondo sfocato che la circondava.