giovedì 14 giugno 2012

Poesia e alta tensione

Da piccola, quando viaggiavo in auto con i miei genitori per andare o tornare dal mare, usavo degli espedienti per passare il tempo e ingannare la nausea che stava in agguato dietro ogni curva. Contavo i cavalli, le mucche e le pecore che vedevo nei campi delle campagne maremmane, aspettavo di vedere le torri di Siena, di passare per le risaie, di attraversare il ponte del vento e la galleria. Ma il mio gioco preferito era farmi lunghi viaggi di fantasia inseguendo con lo sguardo la linea dell'alta tensione. Per una come me che stava crescendo a pane e Goldrake, i piloni degli elettrodotti, specialmente quelli con le due corna laterali, erano degli enormi robot ora vicini ora lontani, che cavalcavano i campi di grano e di girasoli e spuntavano da dietro le colline. Un'invasione più o meno pacifica di mostri meccanici provenienti da un pianeta alieno, minacciosi ma così lenti negli spostamenti da non costituire pericolo se si era seduti su un'Alfasud rossa fiammante che sfrecciava (si fa per dire) lungo la superstrada.
Se in un futuro lontano e migliore si potrà fare a meno dell'elettricità, spero che qualcuno si batterà per la conservazione di qualche Mazinga in giro per le campagne, perchè la poesia a volte fa il nido anche sui piloni dell'alta tensione.

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