Qualche giorno fa, passando davanti a una concessionaria ho visto un
grosso cartello con scritto: "auto a Km 0". Fino a qualche anno fa
avrei subito intuito che si trattava di auto utilizzate in mostra dal
rivenditore, invece il mio pensiero è corso al concetto di filiera
corta. Ovviamente in questa corsa si è smarrito perchè in Valdarno non
ci sono industrie automobilistiche e ho dovuto ripescare la definizione
di macchina usata ma praticamente nuova da un luogo remoto della mia memoria.
La spiegazione più logica del perchè ho segregato il concetto di auto a Km 0 ai confini della mia rete neurale sta nel fatto che viaggio (quando non si guasta) su una
macchina del 1993 e non ho intenzione di spendere, almeno per i prossimi cinque
anni, più di 1000-2000 euro per un'altra automobile. Invece il concetto di prodotto a Km 0 mi è molto familiare dato che ogni giorno cerco per quanto possibile di comprare cibi locali. Questo mi ha fatto
riflettere su come i comportamenti e le abitudini condizionino i nostri
percorsi mentali e di conseguenza anche il nostro linguaggio. La frequenza con
cui usiamo certi termini o certe locuzioni potrebbe caratterizzarci al pari
delle impronte digitali. Ognuno di noi ha un proprio linguaggio fatto di un
assortimento differente di termini, che ricorrono con frequenze e talvolta
accezioni differenti. Ci sono tante parole che non pronunciamo mai perché ne
ignoriamo l'esistenza o il significato o semplicemente perché non ci piacciono,
mentre altre infestano ogni nostro discorso. Se dovessi definirmi sommariamente
in base al mio linguaggio direi che non amo le parole “ciò” e “esso”, dico “ci
risentiamo” e non “ci aggiorniamo”, mi diverto a dire “supposta” nel senso di
participio passato del verbo supporre, abuso dell’aggettivo “tremendo”, preferisco
“babbo” e “mamma” a “padre” e “madre” in quasi ogni contesto e, come ho appena
scoperto, per me "a Km 0" significa locale.
Ah, dimenticavo il "codesto", il "costì" e il "costà", che rivelano inequivocabilmente la mia origine toscana.
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