lunedì 22 ottobre 2012

Tuffi

Mi piace molto nuotare, ma ho sempre avuto paura a tuffarmi. Buttarmi in acqua con un salto anche solo dal bordo della piscina mi procura una sensazione spiacevole che preferisco evitare. Forse fu traumatico il tuffo dal trampolino che il mio istruttore di nuoto mi costrinse a fare quando avevo 10 anni, ma penso che i miei timori siano legati a qualcosa di più profondo. Tuffarsi significa lasciarsi andare e perdere ogni appiglio per qualche istante. Poi l'acqua ci accoglie e ci restituisce la possibilità di muoverci come vogliamo e decidere i nostri percorsi, ma quel breve attimo in cui ci abbandoniamo alla forza di gravità, alla sua direzione, al suo verso e al suo modulo, mi fa paura. A volte guardo le gare di tuffi. E' affascinante vedere i corpi che dominano il vuoto ma, per quanto le loro evoluzioni possano evocare libertà e volo, sono comunque prigioniere di un percorso stabilito che parte dal trampolino e arriva a pelo d'acqua. Un tuffatore non può tornare indietro, ripensarci. Si abbandona completamente alle leggi naturali anche se per pochi secondi. E se l'acqua d'improvviso si trasformasse in una dura coltre di ghiaccio o evaporasse in una nube? Quanta fiducia c'è in un tuffo.
E poi la questione della nostalgia. Mi chiedo se i tuffatori provino mai nostalgia del trampolino. La nostalgia è un sentimento che mi pervade spesso, anche nelle cose banali. A volte la mattina mi alzo di malumore perchè non riesco a vincere la nostalgia per il letto e,  nelle giornate di sole invernali, dopo un viaggio in macchina, sento talvolta un senso di strazio nell'abbandonare l'abitacolo caldo. Forse questa che io chiamo nostalgia è una forma di pigrizia dell'anima. E' l'anima che mi chiede di restare dove sono, che mi dice che forse era meglio non partire. Che minaccia di restare seduta a bordo piscina se mi butto in acqua senza usare le scalette.

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